Cos'e il Lunfardo


Molti credono che il lunfardo sia una lingua o un dialetto, ma queste definizioni sono incorrette: come viene accuratamente specificato da Oscar Conde (professore e Membro dell’Accademia Porteña del Lunfardo, autore del “Dizionario etimologico del lunfardo”) il lunfardo non è altro che un insieme di verbi, sostantivi e aggettivi che esulano dallo spagnolo standard e che vengono utilizzati da chi parla l’ultracentenario dialetto porteño di Buenos Aires. Dunque, se vogliamo dare una definizione precisa, possiamo dire che il lunfardo è solo uno degli elementi che caratterizzano il dialetto di Buenos Aires (altri elementi di un dialetto sono – per esempio – le peculiarità fonetiche, accento e inflessioni, forme di costruzione peculiari e l’utilizzo insolito di pronomi e concordanze verbali), che a sua volta è una varietà regionale dello spagnolo castellano.


è preoccupante come la falsa informazione, reperibile anche su famosi siti internet specializzati in tango e cultura lunfarda, generi ancora oggi gran confusione riguardo alla giusta definizione, essenza e composizione del lunfardo, arrivando ad attribuirgli molti termini che – invece – da sempre sono radicati nella comune lingua spagnola. Per esempio, da taluni vengono fatte passare per lunfarde parole come “autobombo” (autoelogio dismisurato), “buraco” (buco), “castañazo” (pugno), “curda” (nell’accezione di sbronza o di ubriaco), “espichar” (morire), “fiambre” (cadavere), “ganga” (cosa di un certo valore acquistabile ad un prezzo vantaggioso), “gayola” (carcere), “lanzar” (nell’accezione di vomitare), “mamarse” (ubriacarsi), “plomo” (persona dall’attitudine pesante e molesta), “guita” (soldi). Ebbene, come spiega Oscar Conde, nessuna di queste voci è un lunfardismo, sebbene molti siti internet vi diranno proprio il contrario.


Il nostro sito, per evitare di contribuire alla confusione e disinformazione generale, eviterà di ospitare un dizionario lunfardo (che lasciamo scrivere a ricercatori e linguisti che siano davvero competenti); ci limiteremo invece a proporre le traduzioni dei testi delle canzoni, spiegando i termini (lunfardi e non) che possono essere di difficile comprensione per il normale pubblico.


Il Lunfardo è il linguaggio del popolo Porteño

Nell’ultimo secolo molti studiosi hanno diffuso l’idea che il lunfardo fosse il linguaggio della malavita, e questo equivoco venne ancora più nutrito dalle dichiarazioni fatte dal professor Amaro Villanueva che nel 1962 fece risalire il termine “lunfardo” da una storpiatura e evoluzione del termine “lombardo” che nel dialetto romano veniva originariamente utilizzato per definire un “ladro”, facendo così sottintendere che il lunfardo potesse essere il gergo dei ladri e dei malfattori.

La verità è che il lunfardo nasce come un linguaggio popolare generato dalla mescolanza di lingue e dialetti provenienti da tutto il mondo e fatte confluire a Buenos Aires dagli immigrati che nel XIX secolo si trasferirono nei quartieri più poveri della città: il lunfardo affonda le sue radici nella cultura del volgo porteño e ne riflette la dura realtà di gente semplice, a volte povera ma non necessariamente disonesta. 

Se analizzate il primo dizionario ufficiale del lunfardo (che risale al 1894) vi accorgerete che le parole che hanno a che fare con il gergo malavitoso sono solo una piccola parte; eppure esse furono le prime ad essere catalogate e conosciute dalle classi sociali più elevate. Ciò avvenne perché le prime persone appartenenti a ceti sociali medi o benestanti che si interessarono allo studio del lunfardo (e alla sua catalogazione scritta – perché il lunfardo originariamente si tramandava solo oralmente) erano poliziotti e criminalisti che cercavano di capire il linguaggio e i termini solitamente adoperati dalla malavita; ovviamente, dato che la maggior parte delle truffe e dei furti venivano attuati da persone in difficoltà economica proveniente dagli strati sociali più bassi, fu inevitabile che il lunfardo attirasse l’attenzione della polizia. Ecco perché le prime ricerche sul lunfardo si fossilizzarono principalmente sui termini e le espressioni che avevano a che fare con il gergo delinquenziale, diffondendo l’idea comune che il lunfardo fosse un vocabolario strettamente utilizzato come codice criptico dalla delinquenza, quando in realtà esso fu (ed è tuttora) un linguaggio popolare vasto e colorito che affonda le sue radici nella cultura e le usanze del volgo. Su questo argomento si è espresso chiaramente anche lo scienziato e scrittore Mario Teruggi che scarta definitivamente la natura malavitosa del gergo lunfardo, considerandolo invece una espressione popolare che ormai ha abbandonato i confini geografici di Buenos Aires per diffondersi a tutta la nazione, arrivando (con opportune modifiche e cambiamenti) a influenzare anche il linguaggio di nazioni limitrofe.


La quintessenza del lunfardo sono i termini utilizzati dal volgo nella vita comune di tutti i giorni, parole come “mufa” (usato per definire un cattivo stato di umore, una sensazione di fastidio spesso dovuto alla sfortuna o alla miseria, sentimenti che purtroppo erano ben conosciuti dal volgo), “pucho” (termine che originariamente serviva a indicare un residuo o ciò che resta di un qualcosa, e che per estensione finì col rappresentare il residuo più comune nella vita del porteño, ossia il mozzone di sigaretta) o “vento” che può avere sia il significato di “denaro” (per esempio nella frase “necesito un poco de vento” ossia “ho bisogno di un po’ di soldi”, nell’accezione che il denaro gli avrebbe fornito alla sua vita una ventata d’aria fresca) sia di “prodotto di una truffa” (come nella frase “me han vendido vento”, ossia “mi hanno venduto dell’aria”). È innegabile che al lunfardo appartengano anche termini delinquenziali, malavitosi e tipici del gergo delle carceri, ed è anche vero che questo genere di linguaggio è riscontrabile non solo in poemi, racconti e novelle, ma anche nei testi di tango e milonghe. Questo accade perché il lunfardo è soprattutto lo specchio di uno spaccato sociale povero e ne racconta senza veli la sua storia, le sue origini e le sue abitudini. In quest’ottica, quando si dice che il lunfardo è la lingua del porteño, bisogna capire che la parola “porteño” smette di precisare l’ubicazione e le origini geografiche dell’abitante del porto di Buenos Aires e finisce con l’indicare tutti coloro che, indipendentemente dal quartiere o zona della città di Buenos Aires in cui vivevano, versavano in condizioni economiche precarie, appartenendo ad un ceto sociale basso, condividendo lo stesso stile di vita, la stessa cultura, le stesse abitudini e lo stesso linguaggio.


Le prime testimonianze scritte 

Le prime testimonianze scritte del lunfardo risalgono al periodo che va dal 1878 al 1889, quando una serie di giornalisti (tra i quali Benigno Lugones e Juan A. Piaggio) iniziarono a pubblicare alcuni dialoghi in lunfardo sui giornali “La Prensa” e “La Nación” con l’intento di offrire ai propri lettori (appartenenti ai ceti sociali più alti) una testimonianza di quali fossero le espressioni e il linguaggio colorito in uso presso il volgo porteño alla fine del XIX fine secolo. Si trattava di una forma di derisione e scherno operata dai ceti più elevati a descapito dei ceti più bassi, una manovra per accentuare e sottolineare il divario esistente tra le diverse classi sociali di Buenos Aires. In una sua nota, Juan Piaggio specificò che per poter conoscere il significato dei dialoghi che ascoltava – e che poi riportava sul giornale – fu prima costretto a scrivere un piccolo dizionario del linguaggio argentino parlato dal volgo porteño; inoltre aggiunse che la maggior parte dei termini da lui appresi sarebbero risultati incomprensibili e incontestualizzabili da chi non fosse “muy porteño”, ossia da chi non affondasse le proprie radici in maniera molto profonda nella cultura e le abitudini del volgo.


Il Lunfardo, un fenomeno comune a tutte le lingue, eppure ugualmente unico!

In quasi tutte le lingue esiste un fenomeno simile a quello del lunfardo, ossia un vocabolario specifico creato dal volgo al margine della lingua ufficiale: in Francia esiste l’argot, in Brasile la giria, in Chile la coa, negli Stati Uniti lo slang. Eppure il lunfardo ha qualcosa di speciale: esso si distingue da tutti gli altri vocabolari popolari poiché risulta essere l’unico che non solo utilizza parole (cambiandone il significato e il contesto) derivanti dalla sua lingua ufficiale – ossia il castellano - ma attinge una straordinaria quantità di termini derivandoli anche da altre lingue provenienti da tutto il mondo: dall’italiano deriva il lunfardismo “laburar” (lavorare, che in spagnolo si direbbe “trabajar”); dal caló gitano deriva la parola “gil” (cretino, che in spagnolo si direbbe “tonto”); dall’africano deriva la parola “marimba” (bastonata, che in spagnolo si direbbe “paliza”, nel senso di “forte percossa”, derivandone il senso dal modo in cui si percuote la marimba che è un tamburo africano); dal portoghese deriva “tamangos” (scarpe, “zapatos” in castellano); dal polacco deriva “papirusa” (donna bellissima, in spagnolo “mujer hermosa”). La varietà di termini derivanti da lingue diverse dallo spagnolo ci fanno capire che la genesi del vocabolario lunfardo è stata una necessità per il volgo di Buenos Aires, la cui popolazione in pochi decenni si è arricchita di immigrati provenienti da tutto il mondo che, per poter comunicare tra loro, cercavano di imparare il castellano ma nel frattempo lo contaminavano esprimendosi con termini tipici della lingua del proprio paese di origine. Il lunfardo non è altro che una sintesi linguistica, un compromesso verbale che testimonia la capacità di adattamento del volgo, il suo desiderio di esprimersi e capirsi, nonché la solidarietà e l’accettazione delle diversità tipica delle classi sociali meno abbienti. Il lunfardo costituisce dunque una viva testimonianza di come il tessuto sociale argentino si sia evoluto in seguito alle forti ondate immigratorie del XIX e XX secolo.


Il Lunfardo e il vestre

Un’altra caratteristica che rende unico il lunfardo è il “vesre”, un meccanismo linguistico utilizzato per anagrammare parole di uso comune per formarne nuove di significato simile ma non identico. Il vesre prende il suo nome dall’anagramma della parola “revés” che significa “inverso, all’incontrario” e fa chiaro riferimento al modo più comune in cui è possibile creare nuove parole trasformandole con il meccanismo del vesre, ossia invertendo la posizione delle sillabe. In questo modo la parola “cafè” si trasforma in “feca”, la parola “tango” diventa “gotán” (proprio come nel nome del gruppo di tango elettronico “Gotan Project”). Ma, attenzione, quando una parola viene trasformata attraverso il vesre spesso assume un significato specifico, leggermente diverso da quello della parola originale. Per esempio, la parola “cheno” non è un sinonimo esatto della voce spagnola “noche” (notte), perché quando un porteño parla de “la cheno” non allude né alla oscurità né alla ora, bensì all’ambiente che si respira di notte. Allo stesso modo, quando si parla de “la jermu” non si allude a una qualunque “mujer” (donna), bensì si fa chiaro riferimento a una “esposa” (moglie).


Perché si parla Lunfardo

Prima di iniziare a parlare, una persona seleziona accuratamente la forma in cui si esporrà, basandosi sulla situazione e l’ambito in cui si trova, tenendo presente anche qual è la relazione esistente con l’interlocutore. Quando un porteño decide di usare un lunfardismo non lo fa per ignoranza, bensì spesso lo fa nella piena consapevolezza di quale sia la parola equivalente della lingua comune, ma sceglie un termine diverso da quello convenzionale per ragioni stilistiche, espressive, ludiche o addirittura perché creano una certa intimità e complicità con l’interlocutore. Il porteño sceglie di usare il lunfardo perché esso lo rappresenta e lo fa sentire parte di una comunità, di un gruppo, di una società che sente sua.

Il lunfardo, alla pari di qualsiasi altro slang, non riflette una semplice ribellione linguistica bensì è l’espressione manifesta di una non conformità di tipo sociale: anche oggi i gerghi popolari servono ad esprimere la propria relazione con il mondo e spesso aiutano ad evidenziare il carattere ironico, critico, violento o dispregiativo di chi parla, facendo emergere la afflizione, la miseria o la rabbia di coloro che attraverso tali gerghi esprimono i propri sentimenti, il proprio stato d’animo e addirittura la propria condizione sociale.


Il Lunfardo oggi

Il lunfardo che gli appassionati di tango ascoltano nelle proprie canzoni preferite è un linguaggio che ormai risulta parzialmente superato, espressione della parlata che era in voga dall’ultimo trentennio del XIX secolo fino alla metà del XX secolo. Negli ultimi decenni il lunfardo si è ulteriormente evoluto, dimostrando di essere un gergo ancora vivo, capace di adattarsi e stare al passo coi tempi. A dimostrazione di ciò, negli ultimi anni sono nati moltissimi nuovi termini ed espressioni lunfarde che hanno a che fare con tematiche popolari molto differenti tra loro ma radicate nella società comune: dallo sport alla psicologia, passando per la politica e le nuove tecnologie. 

Il fenomeno più moderno è quello che proietta il lunfardo verso una nuova evoluzione, quella voluta dalla gioventù contemporanea che lo sta evolvendo in un linguaggio ulteriormente settario e settoriale, un gergo che risulta incomprensibile dagli adulti e da chiunque non viva intensamente e profondamente la realtà adolescenziale contemporanea.